Produttività e Metodo

Come sviluppare l'abilità di essere produttivi

La produttività non è un tratto innato ma una competenza che si allena: le tre abilità da sviluppare e il ciclo settimanale per consolidarle.

Redazione Prodability · 9 febbraio 2022 · 10 min di lettura

È proprio questa convinzione a bloccare la maggior parte dei tentativi di migliorare. Se essere produttivi è un tratto innato, chi non ce l'ha può solo rassegnarsi; e chi ce l'ha non ha nulla da costruire.

La realtà è diversa. Produrre risultati in modo costante è una competenza: un insieme di abilità che si osservano, si allenano e si consolidano, esattamente come la capacità di negoziare o di leggere un bilancio.

Questo articolo descrive di cosa è fatta questa competenza, come si misura e attraverso quale ciclo di lavoro si sviluppa nel tempo.

Perché la produttività è una competenza, non un tratto

La ricerca sull'acquisizione delle prestazioni esperte offre il punto di partenza più solido.

Il lavoro fondazionale di Ericsson, Krampe e Tesch-Römer ha mostrato che le differenze di prestazione tra individui, anche ai livelli più alti, sono strettamente legate alla quantità di pratica deliberata accumulata: un'attività strutturata, con obiettivi definiti e feedback, distinta dalla semplice ripetizione dell'esperienza quotidiana [1].

Lo stesso lavoro segnala un limite spesso ignorato: oltre le 4 ore giornaliere il beneficio della pratica deliberata è sostanzialmente nullo, e la durata realmente efficace è più vicina a un'ora al giorno [1]. Non è la quantità di sforzo a produrre competenza, ma la sua struttura.

Una meta-analisi successiva ha ridimensionato l'entità dell'effetto: attraverso i domini studiati, la pratica deliberata spiega circa il 19% della varianza nelle prestazioni, e nei contesti professionali meno dell'1% [2].

Il dato è meno deludente di quanto sembri, se letto correttamente. Dice che nelle professioni il semplice accumulo di ore non produce miglioramento: conta come si struttura la pratica, non quanto si ripete. È esattamente la differenza tra chi lavora da vent'anni e chi ha vent'anni di primo anno.

Il secondo dato utile riguarda i tempi. Uno studio su 96 volontari che hanno introdotto un nuovo comportamento quotidiano ha rilevato che il tempo necessario perché diventasse automatico variava da 18 a 254 giorni, con una mediana di 66 [3].

Due conseguenze pratiche. La prima: la formula popolare dei "21 giorni per cambiare abitudine" è ottimistica, e chi la prende come riferimento abbandona proprio quando il consolidamento sta iniziando. La seconda: lo stesso studio ha rilevato che saltare una singola occasione non compromette il processo [3]. Un giorno mancato non azzera nulla.

Se la competenza produttiva si costruisce con pratica strutturata e tempi lunghi, la domanda successiva è: su cosa si esercita esattamente?

Il primo spostamento: dal "fare di più" al "fare ciò che conta"

L'istinto più diffuso, davanti a un obiettivo di crescita, è aggiungere volume.

Per vendere di più, più appuntamenti. Per produrre di più, più macchine o più turni. Per guadagnare di più, più ore. Ogni volta la variabile che si muove è la quantità, e la variabile che assorbe il colpo è il tempo.

Questo approccio ha un tetto invalicabile: le ore disponibili sono un numero fisso, e sono già quasi tutte occupate. Aggiungere significa comprimere, e comprimere significa peggiorare la qualità di ciò che era già in agenda.

Il ribaltamento che apre spazio è una domanda diversa: cosa si può smettere di fare?

È una domanda scomoda perché costringe a dichiarare che qualcosa, tra le attività in corso, non merita il tempo che assorbe. Ma è l'unica che libera capacità senza chiedere ore aggiuntive.

Un vincolo di tempo esplicito produce lo stesso effetto per via indiretta. Chi sa di avere due ore per una riunione la conduce in modo diverso da chi non ha una fine dichiarata: il confine obbliga a scegliere cosa entra e cosa resta fuori. Lo spazio illimitato, al contrario, non richiede alcuna selezione.

Misurare la produttività sul tempo, non solo sul risultato

C'è una ragione strutturale per cui questo spostamento è difficile: la maggior parte delle organizzazioni misura solo il risultato economico, mai il tempo che è costato produrlo.

Un progetto chiuso con margine positivo viene registrato come successo, indipendentemente dal fatto che abbia assorbito il triplo delle ore previste, distribuite su otto persone.

L'indicatore che manca è il ritorno sull'investimento di tempo: il risultato ottenuto diviso per il tempo complessivamente impiegato per ottenerlo. Non le ore di una persona, ma la somma delle ore di tutte le persone coinvolte.

Il calcolo cambia la lettura di molte attività ricorrenti. Una riunione settimanale di un'ora con otto partecipanti non costa un'ora: ne costa otto, ogni settimana, per un totale che in un anno supera le trecento ore di lavoro complessive. La domanda pertinente non è se quella riunione sia utile, ma se produca abbastanza valore da giustificare trecento ore.

Rendere visibile questo denominatore è già metà del lavoro. Finché il tempo non compare nella misura, non esiste alcuna pressione a ridurlo, e ogni attività tende a espandersi fino a occupare tutto lo spazio disponibile.

Le tre abilità che compongono la competenza produttiva

La competenza produttiva non è un blocco unico. Si scompone in tre abilità distinte, che si allenano separatamente e in quest'ordine.

1. Consapevolezza: vedere dove va il tempo

Non si può riorganizzare ciò che non si vede.

Il primo esercizio consiste nel rilevare, per un periodo definito, come il tempo viene effettivamente speso: non come si crede che venga speso, ma come risulta dal calendario e dalle attività realmente svolte.

L'obiettivo non è il rimprovero, ma la mappa. Quasi sempre emergono due sorprese: attività ritenute marginali che occupano molto più spazio del previsto, e attività considerate centrali che ricevono briciole di tempo residuo, in coda alla giornata, quando l'energia è già consumata.

Questa fase non richiede alcun cambiamento. Richiede solo di guardare, e di scriverlo.

2. Rimozione: togliere prima di aggiungere

La seconda abilità consiste nel sottrarre: eliminare, ridurre o delegare ciò che la mappa ha rivelato come sproporzionato rispetto al valore che produce.

La rimozione ha un effetto che va oltre il tempo liberato. Ogni passaggio da un'attività all'altra lascia una traccia cognitiva: la ricerca sull'attention residue ha mostrato che una parte dell'attenzione resta agganciata al compito precedente, soprattutto se lasciato incompiuto, e che la prestazione sul compito successivo ne risente [4].

Un'agenda affollata di attività a basso valore non sottrae quindi solo le ore che occupa: degrada anche la qualità delle ore restanti. Ridurre il numero di transizioni vale spesso più che ottimizzare la singola attività.

Il criterio operativo più efficace consiste nel ragionare a partire da un'agenda vuota. Anziché chiedersi quale impegno esistente eliminare — operazione che incontra resistenze immediate — si parte dal foglio bianco e si chiede quali attività meritino di essere reinserite. Ciò che non viene richiamato, esce.

3. Movimento: trasformare le decisioni in impegni datati

La terza abilità riguarda l'esecuzione: portare le attività ad alto valore dallo stato di intenzione a quello di impegno con data e ora.

Qui la ricerca sul goal setting fornisce un criterio preciso. La sintesi di trentacinque anni di studi condotta da Locke e Latham indica che obiettivi specifici e sfidanti producono prestazioni superiori rispetto a obiettivi generici del tipo "fare del proprio meglio", e che l'effetto si regge su meccanismi identificabili: direzione dell'attenzione, mobilitazione dello sforzo, persistenza e sviluppo di strategie [5].

"Occuparsi meglio dei clienti strategici" non è un obiettivo: è un'intenzione. "Due ore ogni martedì mattina dedicate ai cinque clienti principali" è un obiettivo, perché ha un contenuto, una misura e una collocazione nel tempo.

Perché non esiste un metodo valido per tutti

Le tre abilità sono comuni; la loro applicazione no.

I dati sulla formazione delle abitudini lo mostrano con chiarezza: lo stesso comportamento, introdotto da persone diverse, ha richiesto da 18 a 254 giorni per consolidarsi [3]. Una variabilità di quest'ordine rende poco sensata l'idea di un metodo standard con tempi standard.

Vincoli diversi producono metodi diversi. Chi ha una giornata frammentata da imprevisti operativi non può adottare lo stesso schema di chi controlla il proprio calendario; chi coordina un team ha esigenze differenti da chi lavora in autonomia.

Ne consegue che il metodo va costruito sui propri vincoli reali, e poi mantenuto: un sistema organizzativo si degrada quando le condizioni cambiano e le regole restano quelle di prima. Sui segnali che indicano quando intervenire, si rimanda all'articolo dedicato alla manutenzione e all'aggiornamento del metodo di lavoro nel tempo.

Conclusione

L'idea da trattenere è una sola: produrre risultati in modo costante non è un tratto del carattere, è una competenza fatta di tre abilità — vedere dove va il tempo, rimuovere ciò che non lo merita, trasformare le priorità in impegni datati — che si allenano con pratica strutturata e tempi realistici.

Il passaggio successivo è operativo e riguarda la seconda abilità, quella che apre lo spazio per tutte le altre: distinguere le attività che generano valore da quelle che si limitano a occupare il calendario. Il criterio pratico per farlo è descritto nell'articolo su come definire le azioni a massimo impatto.

La buona notizia sta proprio nella natura della competenza: ciò che si allena migliora. Chi oggi si descrive come disorganizzato non sta dichiarando un limite permanente, ma un punto di partenza — e i mesi necessari a spostarlo passano comunque, con o senza il lavoro fatto per spostarlo.

FAQ

La produttività dipende dal carattere o si può imparare?

Si può imparare. La ricerca sull'acquisizione delle prestazioni esperte mostra che le differenze individuali, anche ai livelli più alti, sono strettamente legate alla quantità di pratica strutturata accumulata [1]. Ciò che il carattere può influenzare è la facilità con cui certe pratiche vengono adottate, non la possibilità di adottarle: le abilità che compongono la competenza produttiva sono osservabili, allenabili e misurabili.

Quanto tempo serve per consolidare una nuova abitudine di lavoro?

Più di quanto suggerisca la formula popolare dei 21 giorni. Uno studio su 96 volontari ha rilevato tempi compresi tra 18 e 254 giorni, con una mediana di 66 [3]. La variabilità dipende dal comportamento introdotto e dalla persona. Lo stesso studio ha rilevato che saltare una singola occasione non compromette il processo: un giorno mancato non richiede di ricominciare da capo.

Come si misura la produttività di un'azienda oltre al fatturato?

Introducendo il tempo nel denominatore: il risultato ottenuto rapportato alle ore complessivamente impiegate da tutte le persone coinvolte, non solo da una. Questa misura rende visibile il costo reale delle attività ricorrenti — riunioni, approvazioni, passaggi di consegne — che nel conto economico non compaiono mai come voce autonoma e per questo tendono a espandersi senza controllo.

Perché fare di più non aumenta la produttività?

Perché le ore disponibili sono un numero fisso e già quasi interamente occupato: aggiungere attività significa comprimere quelle esistenti. A questo si somma un costo nascosto: ogni passaggio tra compiti lascia una traccia di attenzione sul compito precedente, che riduce la prestazione su quello successivo [4]. Un'agenda più densa peggiora quindi anche la qualità delle ore che restano.

Fonti e Riferimenti
  1. Ericsson, K. A., Krampe, R. Th., & Tesch-Römer, C. (1993). The Role of Deliberate Practice in the Acquisition of Expert Performance. Psychological Review, 100(3), 363–406. https://doi.org/10.1037/0033-295X.100.3.363 — riferimento fondazionale.
  2. Macnamara, B. N., Hambrick, D. Z., & Oswald, F. L. (2014). Deliberate Practice and Performance in Music, Games, Sports, Education, and Professions: A Meta-Analysis. Psychological Science, 25(8), 1608–1618. https://doi.org/10.1177/0956797614535810 — riferimento fondazionale.
  3. Lally, P., van Jaarsveld, C. H. M., Potts, H. W. W., & Wardle, J. (2010). How are habits formed: Modelling habit formation in the real world. European Journal of Social Psychology, 40(6), 998–1009. https://doi.org/10.1002/ejsp.674 — riferimento fondazionale.
  4. Leroy, S. (2009). Why is it so hard to do my work? The challenge of attention residue when switching between work tasks. Organizational Behavior and Human Decision Processes, 109(2), 168–181. https://doi.org/10.1016/j.obhdp.2009.04.002 — riferimento fondazionale.
  5. Locke, E. A., & Latham, G. P. (2002). Building a practically useful theory of goal setting and task motivation: A 35-year odyssey. American Psychologist, 57(9), 705–717. https://doi.org/10.1037/0003-066X.57.9.705 — riferimento fondazionale.